| II Congresso della Stampa Italiana, Brasiliana e Ítalo-Brasiliana. 3-4-5 / Dezembro 2007 - Florianópolis SC |
ATTI DEL 2° CONGRESSO DELA STAMPA ITALIANA IN BRASILE Informazione, formazione e conoscenza nell’interscambio italo-brasiliano di Francesco Lazzari Premessa Si sente dire da più parti che oggi siamo immersi nella società dell’informazione. Qualche persona più riflessiva e acuta aggiunge che la sfida che attende oggi le nostre società è quella di riuscire a passare dalla società dell’informazione-comunicazione alla società della conoscenza… Conoscenza e informazione sono due termini dal significato etimologico profondamente diverso che rimandano a due mondi profondamente differenti dove il primo (la conoscenza) può esistere in modo autonomo e autosufficiente utilizzando l’informazione, mentre lo stesso non può dirsi per la mera informazione, che resta comunque ancella della conoscenza pena la scotomizzazione e la creazione di sottosistemi autoreferenziali (Luhman, 1984) che poco portano ad una integrale ed unitaria formazione della persona. Conoscenza è infatti consapevolezza, comprensione di fatti, verità, informazioni e dati ottenuti attraverso l’esperienza o l’apprendimento (a posteriori), ovvero tramite l’introspezione (a priori). L’aspetto sostanziale della conoscenza è che, mentre l’informazione può esistere indipendentemente da eventuali utenti e quindi può in qualche modo essere preservata su un qualche tipo di supporto (cartaceo, informatico, etc.), la conoscenza sussiste solo in quanto esiste una mente in grado di contenerla. In effetti, quando si afferma di aver esplicitato una conoscenza, si stanno in realtà preservando le informazioni che la compongono e parte delle correlazioni stabilite, ma la conoscenza vera e propria torna ad essere tale solo a fronte di un utilizzatore che riassoci tali informazioni alla propria esperienza personale. La conoscenza, dunque, esiste solo in quanto esiste un’intelligenza che possa utilizzarla. 1. Per un giornalismo della conoscenza Ci sono giornalisti che, a volte anche indipendentemente dalla loro stessa volontà, sanno dare solo informazione (spesso anche poco trasparente e documentata), altri invece e questi vengono definiti i maestri del giornalismo, sanno tessere con il loro mestiere conoscenza… aiutando cioè in questo modo la gente a pensare, a mettere in pratica quell’Idea che la Scuola di Francoforte chiama pensiero critico; un soggetto-attore, cioè, in grado di riflettere sui fatti e di costruire sapere elaborandolo (Adorno, Horkheimer, 1947). Sarà infatti proprio dal conflitto, e soprattutto dal confronto attraverso l’uso del pensiero critico, che potranno scaturire nuove risposte e nuovi scambi reciprocamente arricchenti, capaci di far tesoro dei processi, comunque inarrestabili, di incontro-scontro - fra culture - e di un’inculturazione che deve riconoscere l’uguaglianza funzionale delle culture in quanto tutte sembrano in grado di poter mediare, nella loro propria specifica realtà, il rapporto che l’uomo realizza con la natura, con gli altri uomini e con il trascendente. Culture, dunque, viste come funzionalmente uguali, ma non equivalenti, come amano invece sostenere gli strutturalisti. Un tempo, ad indicare la capacità dei piccoli a sentire tutto e a recepire tutto, si diceva che avevano le antenne, ma i bambini di oggi, potremmo dire, hanno la parabola. L’antenna parabolica. E in fondo così apprendono i bambini: paragonando, scoprendo il nuovo e mettendolo accanto al noto, per creare nessi e nuove conoscenze. L’antenna parabolica, la parabola, è concava. Ecco allora che per poter comunicare ci si deve fare convessi; convessi sono gli specchi che allargano il punto di vista. Fuor di metafora significa che si devono appunto superare le visioni statiche e dirette per guardare quasi oltre l’orizzonte, per condurre l’interlocutore, orientarlo, aprire gli orizzonti della conoscenza (l’etimologia di convesso è appunto cum vexi = condurre con, vehere, vedi veicolo). In questo crocevia di conoscenza, informazione, di parabole e di specchi concavi e convessi si gioca, direi, l’essenza stessa del fare e dell’essere giornalista: mero dispensatore di informazioni spesso manipolate o eterodirette, oppure promotore di conoscenza critica (nel senso che opera una scelta etica circa il proprio orientamento professionale), che sa utilizzare lo strumento dell’informazione per la crescita dell’altro, per la realizzazione dell’altro e non per il mero controllo o per l’omologazione? 2. Un manifesto per un nuovo impegno È proprio all’interno di quest’ultima visione di fondo che si giustifica l’impegno che una università può investire nel promuovere informazione-conoscenza da e per l’Italia, da e per il Brasile. O almeno è così che io trovo un senso a quest’impegno. Tra queste mi sembra opportuno menzionare almeno tre incontri: Gli italiani in America Latina (Genova, 29 giugno 2007, Fondazione Casa America), Alta formazione e cooperazione universitaria Italia e America Latina: istituzioni, scienza e cultura (Torino, 5-6 ottobre 2007), Comunicazione e informazione: America Latina e Italia, sfide e prospettive (Roma, 15 ottobre 2007, Iiila) In una simile positiva congiuntura tra Italia e America Latina, una congiuntura ad ampio spettro, è chiaro che all’informazione e alla reciproca conoscenza spettano un ruolo strategico e di vitale importanza. Anzi oserei dire che i mass media, quei mass media capaci di coniugare informazione e conoscenza, potranno svolgere una funzione decisiva circa il buon esito di tali iniziative. Pensiamo che dei 3 milioni e 700 mila italiani nel mondo, 1milione e 130 mila, pari a un terzo del totale, sono in Sud America; e di questi, 535 mila in Argentina, 260 mila in Brasile e 6 mila in Uruguay. Gli ultra 65enni sono il 26%, ma in Paesi come Argentina e Venezuela superano il 30%. Solo il 9,5% di costoro ha tra gli zero e i quattordici anni di età. Si deve dunque investire su questi italiani e oriundi, ma aprire pure iniziative che siano in grado di interessare tutti i latinoamericani all’Italia e tutti gli italiani all’America Latina. Il Governo sta pensando all’organizzazione della I Conferenza dei giovani italiani all’estero e a nuovi passi per un’effettiva cooperazione universitaria per la formazione, a partire dalla creazione dell’Università Italia-Sud America: una struttura stabile, sul modello dell’Istituto Universitario Europeo di Firenze (voluto dall’Unione Europea), che permetterà a migliaia di giovani di frequentare l’intero corso di laurea in Italia, creando un flusso di studenti e non solo. Inoltre va detto che nel 2006 in Sud America si sono tenuti 11.436 corsi di italiano frequentati da 215 mila persone. Si sta inoltre parlando del progetto, sembra già in fase avanzata, per l’istituzione di filiali permanenti di importanti musei italiani anche in Sud America (Cipollone, 2007). D’altra parte, come ha evidenziato il sottosegretario agli affari esteri Donato Di Santo, nel subcontinente latino-americano “si sono mischiati dialetti, tradizioni, culture, gastronomie. Ci sono zone del Rio Grande do Sul e di Santa Catarina con ettari ed ettari di colline coltivate a vigneto, che è difficile distinguere dal Veneto o dalla Toscana". Noi, però, “non rivendichiamo l’italianità della vostra America” - ha sottolineato il sottosegretario Di Santo - perché essa è ormai, con le sue luci e le sue ombre, le sue ricchezze e le sue povertà, parte e componente costitutiva del vostro più intimo essere”. E proprio in considerazione di quanta Italia sia già presente in Sud America, la Conferenza si è proposta quale occasione per far riscoprire il suo ruolo al di là dell’Atlantico, al Paese Italia. 3. Per una cooperazione promozionale Ma cosa possono fare i giornalisti, gli ordini dei giornalisti, le Università, le Camere di commercio, le varie istituzioni interessate a promuovere un maggiore e più vigoroso interscambio italo-brasiliano in fatto di comunicazione e informazione? In Italia esistono già non poche iniziative a livello di singola Università o Regione che hanno raggiunto risultati positivi, ma si potrebbe fare ancor meglio se solo si riuscisse nel frattempo a superare l’eccessivo frazionamento, con il conseguente spreco di risorse, e quella forma quasi anarcoide poco proficua. L’Ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia per esempio, grazie all’impegno della giornalista Laura Capuzzo (2000), è riuscito ad avviare negli anni scorsi un importante scambio, con giornalisti canadesi di origine italiana in stage presso giornali e televisioni italiani. Ho l’impressione che tutti si sia d’accordo sulla sua bontà, ma che pochi si sappia quali gambe dare a questa informazione di ritorno. Si tratta, tanto per cominciare, di far rientrare simili ipotesi di collaborazione negli accordi culturali che periodicamente i governi firmano. Il sito del Csal-Centro Studi per l’America Latina dell’Università di Trieste, per esempio, si propone come forum di documentazione, riflessione e approfondimento di problematiche che interessano i Paesi dell’America Latina oltre che favorire, sviluppare e diffondere la conoscenza, in ambiti e settori diversi; si avvale della collaborazione di studiosi, ricercatori ed esperti di diverse provenienze geografiche, culturali e disciplinari, che si occupano di tematiche ed attività relative all’America Latina e alle sue diverse dimensioni. Le opportunità di informazione-formazione possono essere molte e le più diverse, ma da subito credo vi sia la necessità di lavorare sull’idea di giornalismo che si ritiene implementare (e ciò aiuterebbe anche il giornalismo metropolitano) che come ricordava Popper, nella sua Cattiva maestra televisione (Popper, 2002), i mass media “non fanno certamente a gara per produrre programmi di solida qualità morale, per produrre trasmissioni che insegnino ai bambini (e agli adulti) qualche genere di etica”: un compito importante ma difficile, “perché l’etica si può insegnare soltanto fornendo loro un ambiente attraente e buono e fornendo loro, soprattutto, buoni esempi” (Erbani, 1994: 15). Si tratterebbe insomma di cambiare la destinazione d’uso di molti mass media. Oggi sono prevalentemente - se non esclusivamente - orientati alla vendita di effimero, di un’immagine, di un qualche prodotto più o meno inutile, di cronaca emozionale nera o rosa che sia, in cui la sola formazione individuata è l’educazione del consumatore e l’orientamento ai valori del mercato. Tra le altre cose, dovrebbero invece ri-orientarsi alla formazione del cittadino e della persona (Lazzari, 2007) nel suo impegno di autorealizzazione in cooperazione con l’altro. |
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