A Obama serve il "New Deal" di Roosevelt
 

Mario Lettieri, sottosegretario all'Economia nel governo Prodi

Paolo Raimondi, economista

  

ROMA - Anche se successivamente si è personalmente corretto, il presidente Barack Obama è stato un po' imprudente a dichiarare che "siamo all'inizio della fine della crisi". Certo è che i suoi consiglieri lo hanno spinto a rassicurare l'elettorato che, colpito dalla disoccupazione e dalla insicurezza sociale, sta perdendo fiducia nel suo presidente.

Si è sempre paragonato l'attuale crisi finanziaria ed economica globale con la Grande Depressione del 1929-33. Se analizzassimo sinteticamente quello che è stato fatto nei mesi passati con gli interventi messi in campo dal presidente Franklin Delano Roosevelt subito dopo il suo insediamento alla Casa Bianca nel marzo del 1933, vedremmo che c'è ancora molta strada da fare per rimettere la nave dell'economia americana sulla giusta rotta.

Roosevelt lanciò subito il famoso "New Deal", un pacchetto di programmi economici per realizzare le "tre R", Relief (assistenza per i disoccupati), Reform (del sistema bancario) e Recovery (ripresa dell'economia produttiva). L'economia americana annaspava con il 25% di disoccupazione, un crollo dei prezzi del 50%, con fallimenti di industrie e di famiglie con mutui impagabili.

Realizzò la riforma della Emergency Banking Act e, dopo aver chiuso per alcuni giorni l'intero sistema bancario, lo rimise in moto sottoponendolo ad una sorta di riorganizzazione per bancarotta. Con la legge Glass-Steagall stabilì una rigorosa separazione delle banche commerciali da quelle di investimento per "porre fine alle speculazione fatta con i soldi degli altri". E introdusse una "rigorosa supervisione sulle operazioni bancarie, sui crediti e sugli investimenti". Per affrontare di petto la speculazione e "il nuovo dispotismo di Wall Street", favorì la creazione della cosiddetta "Commissione Pecora" (dal nome del PM italo americano di New York Ferdinand Pecora, uno tra i più stretti collaboratori di Roosevelt) che sfidò le lobby della finanza cominciando dal suo numero uno, J.P. Morgan.

Nel contempo iniziò subito la "guerra contro la Depressione" rimettendo in moto l'economia reale e l'occupazione. Fu lanciato la Public Work Administration (l'agenzia per i lavori pubblici) che con un fondo di partenza di 3,3 miliardi di dollari, una cifra notevole per allora, iniziò una serie di lavori che ebbero un effetto moltiplicatore per l'intera economia e per l'occupazione.

Nel maggio del 1933 partiva anche la famosa Tennessee Valley Authority (TVA) per lo sviluppo dell'intera vallata intorno al fiume Tennessee che copriva il territorio di 7 stati. Attraverso un processo di elettrificazione, di intereventi nei settori della navigazione, dei trasporti e della produzione di fertilizzanti, si mirò alla modernizzazione dell'economia e dell' industria di una delle zone più colpite dalla Grande Depressione. Il New Deal mise in moto 50.000 progetti infrastrutturali di tutte le dimensioni.

In seguito Roosevelt realizzò il Social Security System che, tra le altre cose importanti, garantiva per la prima volta l'assicurazione contro la disoccupazione e un sistema pensionistico moderno, copiato poi da altri stati del mondo. Superando tanti ostacoli, garantì anche il diritto di tutti i lavoratori di organizzarsi in sindacati.

L'uscita dalla depressione non fu indolore e fu di lunga durata, fino a collegarsi con la mobilitazione militare ed economica della seconda guerra mondiale.

Oggi naturalmente la crisi sistemica ha caratteristiche diverse, in primis la sua dimensione globale, il ruolo preponderante della finanza anche su quello delle banche e una situazione geopolitica molto differente. Obama si trova di fronte ad una lobby finanziaria molto più potente e agguerrita. E quindi la lotta contro "gli speculatori senza scrupoli", i money-changers di Roosevelt, è molto più difficile e complessa.

Non di meno si possono già individuare delle profonde diversità con le riforme del 1933, con le quali Obama non potrà non confrontarsi. Anche se la recente "Financial Regulatory Reform" indica alcune importanti regole e modifiche da apportare al sistema bancario e finanziario, lascia comunque quasi intatto l'apparato che ha prodotto le bolle dei derivati, del debito ecc. Va bene sottoporre gli hedge fund speculativi alle stesse regole e restrizioni delle banche e delle assicurazioni ma poi, per modificare i meccanismi della crisi, bisognerebbe incidere il bisturi a fondo nelle operazioni in derivati OTC, nei titoli tossici.

Ma il problema più complesso è la qualità degli interventi nell'economia reale. L'amministrazione di Obama ha sottoscritto pacchetti di stimoli economici per centinaia di miliardi di dollari: 800 miliardi con un solo pacchetto e migliaia di miliardi di liquidità per le banche in crisi. Però ha di fatto lasciato le banche a gestire gran parte di questi fondi, sperando che li trasformino speditamente in crediti per la produzione e in nuovi investimenti.

Roosevelt aveva, invece, creato delle nuove ed efficienti strutture, sotto la direzione dello stato, per convogliare le risorse verso progetti strategici già ben identificati.

Anche Obama dovrebbe cambiare metodo e tornare in modi moderni ai principi di quel "New Deal", pilotando direttamente interventi contro la disoccupazione e per il rilancio economico.

E' un compito importante che il presidente degli Stati Uniti stia giocando tutte le sue carte con la riforma del sistema sociale nazionale.

Quando si opera su una riforma di così grande portata è inevitabile che ci siano delle differenze e anche delle polemiche, ma Obama intende affrontare una questione storica, quella di dare un servizio sanitario e sociale a tutti gli americani, anche ai quei 50 milioni di poveri e socialmente emarginati, che la società del consumo e del profitto ha lasciato fuori dalla porta. Di ciò e della sua capacità di riforma bisogna dargli atto.

 

 
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